La Teoria del Caos
In questi giorni finalmente sto imparando a 'lasciar perdere'.
Riesco a infischiarmene se i miei figli vanno a letto più tardi del solito, se dormono di più al mattino, se fanno colazione tardi e poi non avranno fame a pranzo, se vanno in spiaggia tardi e non sfruttano le ore in cui il sole è meno caldo.
Riesco a fregarmene se dopo il mare non fanno la doccia subito ma la faranno a casa più tardi. Se tengono il costume bagnato addosso dopo il bagno.
Riesco a non dare peso al fatto che non mangino abbastanza: se hanno fame bene, altrimenti mangeranno al pasto successivo.
Riesco a lasciare che si gestiscano le proprie liti da sè, che si diano le mazzate, che si portino via i giochi.
Riesco a non preoccuparmi se giocano poco, se si annoiano, se sudano, se cadono.
Riesco, insomma, a gestire il mio ruolo con una rilassatezza che ancora non avevo conosciuto dacchè ero diventata mamma.
Un po' per sfinimento, un po' perchè sono ormai usciti dalla fase 'bebè', un po' per spirito di autoconservazione...
ma accidenti se si vive meglio.
Facebook censura. Censura link e video postati dagli utenti, senza preavviso.
E' successo a me, qualche giorno fa, dopo aver pubblicato un video di un telegiornale spagnolo in cui si parlava della condotta del nostro Premier. Il video dall'oggi al domani sparisce, senza che tu ne sappia nulla. E con esso tutti i commenti relativi.
E' successo anche a questo utente, con un video-satira sempre sul Premier.
Chi c'è dietro secondo voi? E perchè? Cosa succede alla libertà d'informazione nel nostro paese? Chi controlla Facebook?
Io, in qualità di madre di due bambini, sono molto preoccupata.
In Italia, si sa, quel che non appare in televisione non esiste.
E quel che appare al di fuori, è censurato, controllato, commisurato.
Possibile che nessuno lo ritenga importante?
Due grosse borse di paglia di quelle che si usano per andare in spiaggia, piene di giocattoli di ogni genere.
Una borsa di carta con i manici di corda, di quelle che ti danno nei negozi di abbigliamento quando compri un capo voluminoso, piena di giornali.
Un catino di plastica di quelli per il bucato pieno di mollette.
Due o tre cuscini quadrati, dotazione delle poltrone della casa del mare, sotto il braccio.
Un sacchetto di plastica colmo di scarpe, sandali e ciabatte di ogni sorta.
I miei figli si aggirano in questa giornata un po' grigia per i corridoi della casa del mare, indaffarati e chiassosi. Si chiamano a vicenda, farfugliano, urlano, corrono, salgono e scendono dai divani e dalle poltrone con tutto questo bagaglio appresso.
Cambiano stanza, poi tornano in sala. Public Enemy conduce il corteo, mentre Godzilla la segue come fosse la sua ombra. Indossano dei cappelli trovati chissà dove.
Si siedono, poi si rialzano, sempre con i loro bagagli al seguito.
"Public, cosa state facendo con tutta quella roba?"
Public mi guarda, poi si guarda intorno, come se non capisse il mio stupore. Infine risponde con poche parole, come se fosse tutto ovvio, e io avessi formulato una domanda fuori dal comune. Io, povera ignorante.
"Aereo. Bagagli. Sala d'attesa. Decollo".
Perchè non mostrano queste immagini sulle nostre reti?
Da quel punto preciso tutto le sembrava, anche solo per un istante, perfetto.
I suoni e gli schiamazzi implacabili erano ovattati, lontani, al punto da non infastidirla nemmeno più.
I colori si mischiavano fra loro e nulla aveva più dei contorni definiti.
La sensazione di caldo insopportabile era svanita.
Il profumo della salsedine, inconfondibile, era l'unico che si potesse sentire.
Chiuse gli occhi. C'era solo lei. Lei e il silenzio. Lei e il distacco da tutti e da tutto. C'era solo lei, e poteva fare quel che voleva. Pensare a quel che le andava.
Allora fece un respiro profondo e con un colpo di reni si inabissò sotto la superficie dell'acqua con tutto il corpo. Si immerse ad occhi spalancati e osservò quel mondo silenzioso e affascinante che stava là sotto. Vide qualche pesce passare indisturbato, e gli sorrise augurandogli buon viaggio. Vide i raggi del sole attraversare la superficie del mare e addentrarsi in modo quasi timido in quel mondo misterioso dove nulla rimane mai uguale.
Poi riemerse, e nuotò verso riva, pronta a riprendere le redini della propria quotidianità fra le mani. Le urla si fecero più forti, i colori più nitidi, gli odori molteplici.
Passò l'uomo che vendeva il cocco che cantava in napoletano, mentre i suoi figli le correvano incontro con grande entusiasmo. E lei si mischiò nuovamente alla folla sulla spiaggia.
Aveva solo fatto un bagno in mare, un bagno da sola; eppure si sentiva rigenerata.
A volte bastava davvero poco.
Parentesi per invitare chi ci volesse ancora credere ad aderire all'appello di Repubblica contro il DDL sulle intercettazioni.
Perchè l'informazione è alla base della società.
http://www.repubblica.it/speciale/2009/appelli/dovere-di-informare/conferma.html
"Mamma, io vorrei essere un cavallo per davvero, non solo con l'immaginazione".
"Eh, Figlia mia, nella prossima vita puoi chiedere al buon Dio di farti rinascere cavallo. Intanto finisci la tua pasta al pesto, su".
"Davvero io posso rinascere?"
Oddio no, cos'ho combinato! Cosa mi è uscito dalla bocca? Adesso non ne esco più. Mia figlia, si sa, è una che va a fondo nei concetti.
"Ehm, Tesoro. Non lo so. Nessuno lo sa. C'è chi crede che si possa, una volta finita la propria vita, rinascere sottoforma di qualche altro essere vivente. Però suvvia, adesso non...".
"Davvero? Davvero io posso rinascere un'altra volta?"
"Non lo so, Public. Ti ho detto che non lo so, e nessuno lo sa veramente. E' un mistero. C'è chi ci crede. Certe religioni ci credono, altre no".
Public Enemy corruccia la fronte e poi, come al solito dopo un attimo di veloce sinapsi, emette il verdetto: "Ho paura della verità".
Cara Public, c'è chi per questa Verità di cui tu parli muore, lotta, fa la fame, la sete, la guerra, la pace; c'è chi uccide, ama, odia, si suicida, fa stragi, commette genocidi; distrugge città, Paesi, bambini, asili, chiese, vite, ideologie, speranze. C'è chi la cerca e chi la abbandona; c'è chi la rifugge e chi ne ha bisogno.
Questa Verità fa paura un po' a tutti e tu, che non hai nemmeno cinque anni, lo hai già capito.
Mia figlia, alla soglia dei cinque anni, ha scoperto la fotografia.
Ha scoperto che impossessandosi della mia piccola macchina fotografica digitale compatta può immortalare immagini e situazioni all'infinito, e la cosa è per lei apparentemente esilarante.
Public Enemy se ne gira per casa scattando foto a divani, porte, giocattoli, specchi e quant'altro senza interruzione. Fotografa tutti e tutto, fotografa angoli e prospettive senza sosta, complice anche la nuova memoria da due giga che ho comprato alle Canarie quest'inverno.
Ieri, riguardando la sua opera, mi sono ritrovata almeno quindici foto del suo cavallo di plastica acquistato in edicola il giorno precedente. Cavallo sul letto, cavallo sotto il letto, cavallo di fronte, cavallo da tergo.
"Ma insomma, Public, non continuare a fotografare tutto, così a casaccio! Si può sapere cosa ci trovi di così interessante?"
"Mamma, fotografo gli oggetti perchè così quando siamo a casa nostra e riguardiamo le foto, ci ricordiamo questa casa. Questa vacanza".
Un minuto di silenzio, poi conclude:
"Una fotografia è un ricordo che non tornerà mai più. Meglio averne tante, mamma".
Accidenti se hai ragione, figlia mia. Non sai quante fotografie non ho scattato, che vorrei invece avere. Come biasimarti?
Scatta, scatta.
E così eccoci qua al mare.
Il famigerato trasferimento annuale sulla costa maremmana è avvenuto, e ora che ci siamo assestati le cose iniziano a prendere la piega che dovrebbe avere una normale vacanza.
Va bè, Public Enemy ha esordito il giorno due giugno con una bella otite diagnosticata dal pediatra privato, l'unico che esce in un giorno festivo e ti chiede il corrispondente di un collier di Tiffany come parcella.
Va bè, ha piovuto per tutta la durata del ponte e anche i nostri amici che erano venuti per trascorrere qualche giorno in spiaggia con noi hanno anticipato la partenza.
Va bè, la mia amica Flopsy doveva arrivare ieri con la figlioletta per stare qui una settimana in compagnia ma non ce l'ha fatta perchè anche la sua bimba si è presa l'otite.
Va bè, sono da sola con i miei figli al mare e non riesco nemmeno a sedermi un attimo per sfogliare una rivista perchè in spiaggia continuano a scappare dall'ombrellone ai giochi e dai giochi all'ombrellone con me che li rincorro con tanto di borsa di paglia sotto il braccio ogni dieci minuti; mentre a casa c'è sabbia dappertutto, panni da lavare, stendere, piegare, spesa da fare, pasti da cucinare, cucina da rassettare, bagni da pulire, formiche da debellare.
Ma siamo al mare. Siamo al mare e questo è già sufficiente.
E forse dovrei fare come dice Public Enemy, che serena e serafica elargisce consigli per un vivere più rilassato: "Mamma, goditi la vacanza e non stare sempre dietro ai bambini: noi ci arrangiamo da soli".
I bambini giocano in cameretta, apparentemente tranquilli.
Fa un caldo insostenibile, e all'ora di cena manca ancora una buona mezz'ora. Tutto sembra perfetto per buttarsi sotto la doccia e rinfrescarsi un po'.
"Bambini, la mamma fa la doccia. Fate i bravi per dieci minuti?"
"Certo mamma", replica Public mentre visita uno scoiattolo di peluche con uno stetoscopio di plastica. "Tranquilla, noi giochiamo".
Perfetto. Apro l'acqua e mi fiondo sotto il getto. Tempo tre minuti e sento Godzilla piangere nella stanza accanto. Ignorali, Lisa. Se la caveranno da soli.
Il pianto si fa sempre più forte, fino a quando Godzilla fa capolino in bagno con le lacrime che gli bagnano la maglietta.
"Cosa è successo?" Grido da sotto la doccia.
Godzilla non risponde, e si appoggia di peso alle porte trasparenti del box doccia, che ovviamente si aprono e lui cade all'interno, bagnadosi per metà.
"Godzilla, fuori. Fuori! La mamma fa la doccia, poi arriva. Vai!"
E se ne va.
Dopo trenta secondi torna, con in mano una ciotolina di riso di Barbie: dimensioni di una pallina da ping-pong. Davanti ai miei occhi se la infila tutta in bocca, con nonchalance.
In preda a un attacco cardiaco apro la porta della doccia e mi fiondo su di lui, tirandogli fuori il gioco di bocca e scaraventandolo nel lavandino, urlando come un'ossessa. Lui spaventato si rimette a piangere. Il bagno è ovviamente ormai allagato.
"Godzilla vai di là. Vai di là, ti prego, vai di là. Fatemi fare una doccia in santa pace!"
Godzilla se ne va.
Tempo altri due minuti e torna, questa volta senza giochi in mano ma con tre grossi segni di pennarello rosso sulla faccia. Apre il mobiletto delle salviette e le tira fuori tutte, una per una, aprendole e sparpagliandole sul pavimento. Poi ci cammina sopra, con i suoi sandali sporchi di giardino.
"Godzilla no! Non camminare sulle salviette pulite! Nooo!" Ma lui ovviamente non ascolta. Anzi, a quel punto prende una salvietta bianca e la immerge nel water. Dentro, fino in fondo, e la intinge a più riprese, come una lavandaia intenta a lavare i propri panni nel fiume. Smetto di urlare e li vedo lì, i miei figli, tutti e due davanti al box doccia che mi guardano come quando si è all'acquario davanti alla vasca dello squalo. Anzi, beato squalo, lui almeno non deve uscire dalla vasca per occuparsi di quei mostri che lo aspettano impazienti per dargli il colpo di grazia.
E' ufficiale: Voglio diventare uno squalo.